Da una lettura a una svolta di vita
Il percorso raccontato da Jayadev parte da una frattura interiore: ricerca, dubbio, tensione tra razionalità e richiamo spirituale. L’incontro con Autobiografia di uno Yogi è stato destabilizzante.
Non c’è stata adesione immediata, ma riconoscimento: “Qui c’è qualcosa di vero”.
Da lì è nata una ricerca concreta che ha portato Jayadev fino ai luoghi legati a Yogananda e alla tradizione del Kriya Yoga. Il punto chiave non è l’esotismo del viaggio, ma la trasformazione interiore che ne è seguita: la spiritualità ha smesso di essere un’idea interessante ed è diventata un orientamento stabile, una bussola.
Chi è Babaji (e perché non è una leggenda)
Nella tradizione yogica, Babaji è descritto come un Mahavatar, un grande maestro che ha superato i limiti ordinari del tempo e che continua a intervenire nei momenti cruciali dell’umanità.
È considerato un principio attivo nella storia spirituale.
Secondo Yogananda, fu proprio Babaji a rilanciare il Kriya Yoga e a inviarlo in Occidente attraverso una linea precisa di maestri. Questo passaggio è centrale: non stiamo parlando di una dottrina da credere, ma di un metodo da praticare.
Il libro Babaji esplora proprio questo nodo: perché certi insegnamenti riemergono quando l’umanità attraversa fasi di transizione? C’è un’intelligenza dietro questi cicli?
Crisi globale o cambio di Era?
Uno dei punti più interessanti riguarda la lettura del momento storico. Guerre, instabilità, polarizzazione crescente, perdita di senso collettivo: tutto questo può essere letto solo come degrado, come fine di un mondo… oppure come passaggio verso qualcos’altro.
La tradizione indiana parla di cicli evolutivi, gli Yuga. Secondo questa visione millenaria, stiamo entrando in una fase in cui energia e coscienza tornano ad essere centrali, dopo secoli di materialismo dominante.
Ogni transizione è instabile. Ogni nascita è caotica. La storia lo insegna.
Il messaggio non è consolatorio, ma realistico: nei momenti di salto evolutivo, servono strumenti interiori più raffinati. Chi li ha sviluppati attraversa la crisi con meno paura. Chi non li ha, la subisce.
La rivoluzione silenziosa: spiritualità nel mondo
Uno dei punti più moderni del messaggio di Babaji è anche il più controintuitivo: non serve fuggire dal mondo per evolvere spiritualmente.
Nella tradizione trasmessa da Babaji, Lahiri Mahasaya, suo discepolo diretto, non viene invitato a restare nell’Himalaya in meditazione perpetua. Gli viene chiesto di tornare nella vita quotidiana, con famiglia, lavoro, responsabilità concrete.
Questo ribalta un paradigma millenario: la spiritualità non è ritiro dal mondo, ma integrazione consapevole dentro il mondo.
Secondo Jayadev, questo è il punto chiave per l’uomo contemporaneo: non separare la ricerca interiore dalla responsabilità esteriore. Non creare dualismo tra meditazione e azione, tra crescita personale e impegno sociale.
Kriya Yoga: metodo, non credenza
Il Kriya Yoga viene descritto come una tecnica precisa di interiorizzazione dell’energia e dell’attenzione. Non chiede adesione ideologica, non richiede fede cieca. Chiede pratica.
Il principio è semplice: l’energia che normalmente fluisce verso l’esterno, disperdendosi in mille direzioni, può essere riportata verso il centro. Può essere canalizzata.
Le conseguenze pratiche che ne derivano sono concrete:
- maggiore calma mentale;
- chiarezza decisionale;
- percezione più profonda di sé;
- stabilità emotiva anche in contesti caotici.
Non è evasione dalla realtà. È rafforzamento della coscienza dentro la realtà. È preparazione per attraversare le tempeste senza farsi travolgere.
Conclusione
La puntata e il libro Babaji non offrono rassicurazioni facili o consolazioni new age. Offrono una chiave di lettura: le crisi possono essere lette come passaggi evolutivi, se affrontate con strumenti interiori adeguati.
Babaji rappresenta, nella tradizione yogica, la continuità di una guida che riemerge quando l’umanità è pronta per un salto di coscienza. Serve verificare se questa prospettiva offre qualcosa di utile per orientarsi nel caos.
È un libro di orientamento per un’epoca di passaggio. E forse è proprio questo che serve: meno certezze preconfezionate, più strumenti per navigare l’ignoto.